Ehi papà ho finito di svuotare la borsa dell’ ospedale, ho messo a lavare i pigiami, tolto il rasoio elettrico e riposto le tue medicine interrogandomi su cosa ne dovrò fare, ho posato le ciabatte e cercato i Tuoi occhiali che non ho trovato. E’ stato tutto concentrato e veloce a tal punto che in quella borsa cercavo pure un po’ di motivazione a questa assenza, un qualcosa che mi lasciasse presagire che te ne stavi andando, ma nulla io non lo avevo compreso proprio. E così le trasfusioni, l’ emogas doloroso, i prelievi , le flebo, il catetere, mi hanno illusa che pure stavolta ci avresti camminato su a questo dolore cavalcandolo come hai fatto mille altre volte che dicevi a te ed a noi che non eri tu a stare male ma noi e che i medici servivano solo per raccontargli il tuo eterno strazio di essere invecchiato senza poter lavorare. Un respiro grande grande e sei andato via portandoti via tutti noi, un pezzo per ognuno, mi ricordo tutto di quegli attimi persino il cervone degli occhi che erano diventati piccoli piccoli e che stentavano ad aprirsi, ho risentito nelle orecchie il Padre Nostro con Padre Ciro che hai recitato insieme a lui senza togliergli gli occhi di dosso come fanno i bambini quando si aspettano una carezza, ricordo il bacio volante dato a Lorenza, l’ultimo, che profumava di sorriso e lo sguardo tenerissimo che hai indirizzato a mamma, si vedeva che era un addio ma abbiamo voluto sdrammatizzare e così abbiamo cristallizzato solo istanti di felicità mista a preoccupazione che noi ci facevamo bastare. E’ stato tutto veloce, troppo ed ora resta una grande domanda : ” Perché tra i papà del mondo a me e’ stato dato uno dei migliori?” Intanto novembre col suo carico di assenza e di dolore, ogni cosa ha preso un altra direzione, quando sento male adesso so che in questo dolore papà ci stai dentro tu!

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